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Collezione

Rosse rosse

Di Chiara Coppola

Rosse rosse

"Rosse Rosse" pone il sangue mestruale al centro dello sguardo. Il sangue attraversa da sempre la cultura visiva, dall’iconografia religiosa al cinema. Quello mestruale resta invece largamente assente: velato dal pudore, confinato nel tabù, intriso di un disagio ereditato. Questa assenza riflette una rappresentazione plasmata da strutture patriarcali e da un silenzio culturale sedimentato nel tempo. Attraverso composizioni costruite e scatti intimi di scene quotidiane, le qualità materiche del sangue mestruale vengono isolate e amplificate: densità, brillantezza, viscosità, intensità cromatica. Spogliato di eufemismi e metafore, si mostra per ciò che è — materia. Presenza. Traccia. Il contatto materico con il sangue — ordinario e tuttavia perturbante — rivela la tensione tra familiarità e rifiuto, tra normalità e repulsione. Le immagini non drammatizzano né glorificano. Non cercano lo shock né la sublimazione. Mantengono chi guarda in uno spazio di sospensione e forzano una ricalibrazione dello sguardo. Scegliendo il sangue mestruale come materia e come soggetto, l’opera porta alla luce qualcosa di intimo e organico, poco rappresentato eppure universale. Qui il sangue non è spettacolo, né simbolo, né rivendicazione. È realtà materiale — ciclica, inevitabile, concreta. Il suo rosso insiste. Macchia. Resta impresso.

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20 opere

2019 - in corso

Period Stories

An ongoing collective archive exploring the systemic silence surrounding menstruation. Born as an extension of the Rosse Rosse visual project, this space gathers private realities and unspoken narratives to dismantle a shared societal taboo. You are invited to add your voice: submissions can be personal stories, direct testimonies, reflections, or brief impressions, accompanied by a photograph if you wish. Because dismantling a taboo also means reclaiming our identities, you may choose to sign your contribution or share it anonymously, in whichever language feels most authentic to you.

Avrò avuto 15 anni; ero ad una festa in casa, emozionata di vincere la timidezza adolescenziale chiacchierando con gli invitati che non conoscevo. Avevo il ciclo quel giorno. Mi alzai per riempire il bicchiere e, d’un colpo, la sala cadde in un silenzio pesante. Sul candido cotone del profondo divano sul quale sedevo, una striscia rosso sangue urlava sotto le luci troppo bianche.
Da quindicenne pietrificata in quel mare di sguardi imbarazzati, non sapevo che posizione prendere. Scusarmi? Piangere? Fare finta di nulla? Avrei voluto che il pavimento di cotto mi inghiottisse. Mia sorella corse in mio soccorso precipitandosi a girare il grosso cuscino del divano dall’altro lato, per nascondere la grossa macchia. Scoppiai in lacrime e mi nascosi nel bagno. Non avevo fatto nulla, ma mi sentivo responsabile di qualcosa che non sapevo nominare. Avrei dovuto gestire meglio il cambio di assorbenti fra una chiacchiera e l’altra, sarei dovuta restare in piedi tutta la sera e limitare così le eventuali macchie ai vestiti che portavo addosso, senza disturbare. Perché è il mio il corpo che sanguina, e sono io a doverne pagare il prezzo, sono io a dovermene occupare, come una buona donna deve saper fare. Nell’imporre la vista del mio sangue agli occhi altrui, avevo imbarazzato e destabilizzato, avevo disturbato, avevo sporcato: avevo sbagliato.
Una cocente vergogna mi fece bollire il viso, rendendo inaccettabile l’idea di incrociare di nuovo gli sguardi di chi aveva visto cosa c’era nelle mie mutande.
Quell’angolo di divano, seppur apparentemente immacolato, rimase vuoto per il resto della serata. Quel sangue nascosto che cominciava a seccarsi e cambiare colore dall’altro lato del cuscino, aveva intriso gli occhi e le teste di chi non osò sedersi. Aveva macchiato la memoria.
Marta